Chi soffre per il dolore cronico ha bisogno di un supporto, non solo fattivo ma anche – e soprattutto – emotivo.
La gestione del dolore cronico rappresenta una delle sfide più complesse e delicate nell'ambito sanitario moderno, non solo in Italia. Non è semplicemente trattare un sintomo fisico persistente, ma affrontare una condizione che, a causa della sua durata (che supera i tre o sei mesi per essere definito tale) e della sua pervasività, può alterare profondamente l'esistenza di un individuo. Questa esperienza coinvolge l'interezza della persona, con ripercussioni significative non solo sulla salute biologica, ma anche sulla vita di relazione, lavorativa e sociale.1
È importante superare la visione che inquadra il dolore cronico solo come un problema biologico: non è così. Secondo International Association for the Study of Pain (IASP)2, la definizione più recente e completa inquadra il dolore come "un'esperienza sensoriale ed emotiva sgradevole che segnala una reale o possibile lesione". L'inclusione esplicita dell'elemento "emotivo" nella definizione clinica di dolore è cruciale: essa stabilisce che la sofferenza psicologica non è un effetto collaterale secondario, ma una componente del disturbo stesso.
Il Modello biopsicosociale5: un approccio olistico e necessario
La comprensione del dolore cronico deve passare per il riconoscimento dell'esperienza del dolore: non è determinata unicamente dalla lesione o dal danno di rilevanza medica, ma può essere influenzata da un'interazione di realtà mediche, problemi psicologici e dal contesto sociale in cui il dolore viene sperimentato. Ecco perché parliamo di modello biopsicosociale.
Un principio fondamentale di questo modello è che l'esperienza del dolore di una persona è sempre influenzata dai sentimenti, dalle percezioni e dalle opinioni personali.
Per il paziente affetto da dolore cronico, o per il caregiver che lo assiste, l'accettazione di questo modello integrato è il primo passo verso una gestione efficace. Il paziente deve comprendere che prendersi cura di sé è una parte fondamentale e scientificamente validata della gestione del dolore, non un segno di debolezza o che "è tutto nella testa". La mente, in particolare il cervello, è l'organo che elabora, modula e, in molti casi, amplifica il segnale doloroso.
Se la gestione del dolore è vista solo come una questione di farmaci (per lo più oppioidi) o procedure fisiche, si rischia di trascurare il circuito di amplificazione del dolore che avviene a livello centrale. Di conseguenza, l'intervento psicologico deve essere visto come una componente medica del percorso terapeutico, non un piano B, contribuendo a ridurre lo stigma e rafforzando l'autorità del piano di cura.
Non è “tutto nella testa”: il legame mente-corpo è fisiologico
Il dolore cronico impone un carico psicologico significativo. L'Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD) evidenzia che questa condizione è associata a maggiori limitazioni e a un'alta prevalenza di depressione e ansia come comorbidità.
Il dolore cronico può influire pesantemente sulla qualità della vita, aumentando notevolmente il rischio di limitazioni nelle attività quotidiane, difficoltà nella partecipazione sociale e assenze dal lavoro. I soggetti con dolore cronico grave presentano un rischio molte volte superiore di depressione e ansia grave rispetto alle persone senza dolore4.
Questa combinazione di dolore e disturbi dell'umore può avere un impatto diretto sull'accesso alle cure. I pazienti che soffrono di dolore cronico con comorbidità depressive o ansiose tendono a consultare meno i servizi di salute mentale e possono affrontare maggiori barriere, spesso di natura finanziaria, all'accesso alle cure. Questo fenomeno crea un pericoloso circolo vizioso: il disagio emotivo non trattato può peggiorare la gestione generale del dolore e l'adesione alle terapie.
Orientarsi nella cura integrata: accesso e dialogo con lo specialista
La gestione del dolore cronico è un approccio basato sul concetto di cura integrata. Per garantire l'efficacia del percorso, è necessario fornire informazioni pratiche su come accedere ai servizi di supporto nel contesto italiano e riaffermare l'importanza della comunicazione continua con il team medico.
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Le implicazioni della CIO nella storia vera dei pazienti
È importante mantenere, il più possibile, un dialogo schietto e aperto con il medico anche per gestire l’insorgere eventuale di problemi legati alla costipazione, una conseguenza dell’assunzione di oppioidi (generalmente usati per il trattamento del dolore cronico) che può essere molto insidiosa e aggiungere difficoltà emotive e psicologiche alla gestione della quotidianità e della socialità.
Il pilastro di una gestione di successo per il dolore cronico e per tutte le sue complessità è, infatti, il dialogo aperto e onesto con il team curante.
Il paziente e il caregiver devono sentirsi liberi di parlare della stanchezza emotiva, dell'ansia o della depressione con il medico curante o il terapista del dolore. Il medico è la guida in questo percorso complesso e deve essere a conoscenza di tutti gli aspetti della sofferenza. Solo attraverso la piena trasparenza il medico può indirizzare verso il trattamento più appropriato, che può spaziare da farmaci specifici (come i PAMORA per l’eventuale costipazione indotta da oppioidi o CIO), e agiscono selettivamente nel tratto gastro-intestinale senza interferire con l'analgesia) a terapie psicologiche specifiche e di supporto.
La gestione del dolore cronico è, per definizione, una "gestione della cronicità". Se il dolore è destinato a persistere, il focus si sposta dalla cura all'eliminazione del sintomo al raggiungimento di una convivenza di alta qualità. L'integrazione del supporto psicologico allinea perfettamente la strategia del paziente con questo obiettivo, aiutandolo a vivere pienamente nonostante il dolore. Il percorso integrato è l'unica via per un approccio umano, completo e consapevole.
La via verso una migliore qualità della vita
Il dolore cronico, un'esperienza che coinvolge l'essere umano nella sua interezza biologica, psicologica e sociale, esige un trattamento che sia altrettanto olistico. Le evidenze scientifiche sono inequivocabili: il supporto psicologico e la rete emotiva non sono semplicemente un lusso, ma componenti fondamentali per l'efficacia a lungo termine della terapia del dolore.
Il paziente e il caregiver hanno il diritto, sancito dalla Legge 38/2010, di accedere a un approccio multidisciplinare. Non affrontare da soli il carico della cronicità è il messaggio più urgente. È fondamentale superare ogni esitazione e parlare oggi stesso con il proprio team curante della propria salute mentale e della possibilità di inserire la psicoterapia o i gruppi di sostegno nel proprio piano di cura. L'integrazione della cura, che valorizza sia il trattamento specifico (come i PAMORA per la CIO) che il supporto emotivo, è la sola strada per raggiungere una gestione del dolore più umana, consapevole e, soprattutto, efficace.
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